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  • “La Rivista di Bergamo”

    estratto da “La Rivista di Bergamo” n. 59, luglio-agosto-settembre 2009, Grafica e Arte.
    Pino Capellini

    L’architetto che ama le città: VITO Sonzogni

    A volte parliamo di urbanistica. Perché lui ce l’ha nel proprio Dna, e non solo professionale. Ma un giorno abbiamo parlato anche di botanica. Può sembrare naturale, considerata la bellezza del giardino con gli alberi dell’antico orto attorno alla cascina dove ha costruito la propria casa. Quel giorno invece il motivo è stato un po’ diverso. Lui, l’architetto Vito Sonzogni, ha portato l’attenzione sulla bouganville, pianta squisitamente mediterranea che ha bisogno di luce, sole, caldo per intrecciare la trama dei suoi esili rami su muri e pilastri, dove poi esplode con i suoi straordinari colori. Sonzogni ricorda perfettamente quando tenne per la prima volta tra le mani un fiore di questa pianta tropicale. Nel 1965 con moglie e figli era al mare, a Ischia. Stava passeggiando e la sua attenzione fu attirata dalla spettacolare fioritura di una bouganville. Era la prima volta che la vedeva, ne staccò un fiore, incominciò ad osservarlo. Questi fiori non hanno profumo; anzi, il vero fiore è piccolo e poco appariscente, mentre colpisce la splendida tavolozza, con intensissime sfumature che vanno dal viola al rosso, all’arancio, delle tre brattee che li avvolgono. Allora lavorava al progetto della chiesa del Monterosso, per il quale aveva da poco ricevuto l’incarico dal vescovo di Bergamo mons. Clemente Gaddi. Al Monterosso, un tempo luogo di cascine, ortaglie e campi al piede del colle della Maresana, stava nascendo un nuovo quartiere di edilizia economico popolare (CEP). Reduce dalle due importanti esperienze del santuario a Zogno dedicato a Maria Santissima Regina di Zogno e della parrocchiale di Castro, a Ischia l’architetto approfittò della pausa tra tanti impegni per pensare al disegno del nuovo tempio. L’attenzione rivolta a quel fiore ebbe subito un risvolto professionale. Lo colpiva la struttura delle tre brattee che componevano l’involucro sostenendosi per conto proprio. Immaginò di poter fare altrettanto per le tre vele della copertura della nuova chiesa. Concentrò l’attenzione sul passaggio tra le pareti verticali e lo slancio della copertura che si allarga sopra il vasto spazio della navata. E come a Zogno e a Castro anche questo edificio lo ideò interamente in calcestruzzo. Un’operazione non facile, perché richiede imprese e manodopera molto qualificate. «Oggi – osserva – non lo farei più. Basti pensare al posizionamento delle tavole di legno delle casseforme da cui deriva la superficie delle pareti. Non si può sbagliare e non ci si può pentire. Allora le squadre di operai venivano dallo stesso paese, magari erano tutti parenti tra di loro. Si facevano una punta d’orgoglio a lavorare meglio di tutti gli altri». Adesso la chiesa è lì come a custodia del quartiere (che, cresciuto, si è ben collegato con il resto della città): a chi entra dà l’impressione di compattezza e levità al tempo stesso. Un dialogo perfettamente riuscito tra il fedele e la sacralità del luogo.

    Come tanti muratori e scalpellini, gente che quasi nasceva avendo già nelle mani l’amore per la pietra ben squadrata e ben posata, Vito Sonzogni è nato in Valle Brembana (1924, a Zogno). La sua storia, personale e professionale, è simile ad altri personaggi di cui si dice siano venuti giù, ossia scesi in città e andati quindi per il mondo, con una piena del fiume, sinonimo di forza e volontà montanara. Perché il Brembo ha una vicenda piuttosto singolare: tanto scorre quieto da invogliare a fermarsi lungo le sponde ad ammirare l’azzurro e il blu-verde delle sue acque, tanto a volte si gonfia di furia improvvisa da divenire incontenibile. Una storia che incomincia da quei montanari che fin dal ’300 si spinsero a Venezia per lavorare come facchini nel porto o servi nelle case dei grandi mercanti, e dai tenacissimi “camalli” che ebbero per secoli il monopolio delle banchine nel porto di Genova. E poi, autentici messaggeri di modernità, dal Brembo scesero i corrieri delle poste che i Tasso del Cornello estesero a tutta Europa, assieme ai geniali Baschenis, pittori celebri per le loro opere e per la saga degli artisti vaganti che ornarono di smaglianti figure le pareti delle chiesette sparse per le valli trentine. Quindi ancora il lapicida Mauro Codussi, che rivoluzionò l’architettura a Venezia. «Ho sempre sentito – racconta Sonzogni – il soffio profondo dell’anima popolare brembana, e come ho potuto, con i miei mezzi, anch’io come uno della famiglia, sono andato nel mondo, da dove potevo servirla o dove c’era il “lavoro”. La cultura popolare è la vera anima della bellezza». Non è un caso che l’inizio dell’impegno professionale e di quello politico coincidano per Sonzogni con gli anni della ricostruzione dell’Italia dopo il disastro della guerra e dello sviluppo economico. Un’epoca irripetibile, protagonista soprattutto la Democrazia Cristiana: una generazione di amministratori locali, di parlamentari, di ministri cresciuti all’ombra degli oratori, ispirati da un autentico spirito di servizio e da una forte attenzione per il sociale, nei quali alla concretezza dell’agire sul quotidiano si accompagnava una grande lungimiranza. Giovanissimo sindaco a Zogno, per Vito Sonzogni i problemi della gente e la ricerca di soluzioni concrete nell’incalzare di una società che si stava rapidamente trasformando, furono una scuola che non ha mai dimenticato. Una scuola destinata a segnare a fondo la sua attività professionale quando, forte degli insegnamenti di grandi maestri come Wright e Le Corbusier, oltre che di Gropius e della Bauhaus, incominciò a disegnare e a stendere progetti. Ma già allora mettendo in pratica quello che non era un motto bensì un criterio operativo: “guardare in faccia il presente per costruire il futuro”. Fu proprio con l’incarico di assessore provinciale ai lavori pubblici e all’urbanistica che ebbe occasione di confrontarsi con realtà e problemi alla ricerca di soluzioni che non si basassero solo sul contingente e l’immediato.
    La scala era quella di una società in crescita e la spinta non era più unicamente quella della ricostruzione. Sonzogni seppe anticipare la visione delle grandi infrastrutture che solo oggi vediamo realizzare. Ma non era facile far comprendere agli amministratori locali l’esigenza di una rete stradale attorno a Bergamo per collegare speditamente la pianura alle valli senza intasare il centro. La Dalmine-Villa d’Almè ne è l’esempio più evidente. Il progetto della futura viabilità della Bergamasca redatto nel 1959 fu dimensionato a una stima di traffico che nel 1965 avrebbe dovuto essere di 53.000 veicoli al giorno, e già questa cifra fu considerata eccessiva, da visionari: la realtà del 1965, con 67.000 mezzi contati nelle 24 ore, travolse ogni previsione. Nonostante ciò, per quasi vent’anni la Dalmine-Villa d’Almè rimase l’unica arteria attorno a Bergamo concepita a questo scopo. Non da meno è l’esempio di via delle Valli a Bergamo, nata agli inizi degli anni Sessanta e rimasta a lungo un tronco di strada fine a se stesso perché non si comprendevano i vantaggi di una grande circonvallazione non solo per lo sviluppo di Bergamo ma per la qualità della vita cittadina. Purtroppo incominciava ad esaurirsi uno slancio straordinario di capacità e volontà, con conseguenze per l’economia e la crescita della Lombardia e delle sue popolazioni. Ostacoli e difficoltà che Sonzogni incontrò in Regione quando, assessore all’urbanistica, ai lavori pubblici e ai trasporti, mise mano alle grandi infrastrutture. Sua è l’idea della grande arteria pedemontana, opera vitale per la grande fascia compresa tra le Alpi e la metropoli milanese oltre che per una larga parte del territorio lombardo: solo oggi – finalmente! – si sta per dare inizio ai cantieri. Pesò molto – osserva – l’incapacità di comprendere la grande rivoluzione che si stava compiendo nella mobilità, che modificò radicalmente la vita della gente e delle città.

    Fin dagli inizi la sua attività professionale è stata intensissima. Difficile una sintesi sia pur rapida: circa sessanta scuole, una cinquantina di chiese, di cui venti nuove e sulle restanti interventi per adeguarle alle istruzioni del Concilio Vaticano II, decine e decine di edifici civili, moltissime le residenze. Quello che più gli piace ricordare sono i risvolti sociali di suoi interventi e incarichi. Come le cooperative edilizie degli anni Cinquanta e dei primi anni del decennio successivo, attraverso le quali fu realizzato un numero considerevole di abitazioni, per lo più destinate a giovani coppie: erano case che costavano ai neo proprietari tra le 60-65.000 lire al metro quadrato, 10.000 in meno che sul mercato normale. Erano gli anni in cui si occupò, come presidente dell’Unione dei Comuni, di strutture, di servizi, di piani regolatori. Altro importante ruolo che gli fruttò preziose esperienze fu la presidenza dell’IACP Istituto Autonomo Case Popolari. Ancora la casa, come luogo primario dell’esistenza dell’uomo e da progettare studiando prima di tutto dove dovrà sorgere. È così che nascono – osserva – e si fanno belle le città, non grazie ai regolamenti edilizi ma con la cultura. In lui si trovano espressioni come “arte della città”, intendendo la città come opera d’arte mai finita, in continuo divenire ma insidiata proprio dagli eccessi del voler ridurre tutto a sole regole. Sonzogni è favorevole al progetto per la nuova sede della Provincia a Bergamo Sud presentato dal giapponese Arata Isozaki. Un’opera destinata a valorizzare il luogo dove verrà costruita e che imporrà una qualità urbana anche sul territorio circostante. Proprio perché il valore della città non sta in edifici pensati come strutture fini a se stesse ma risiede negli spazi urbani, senza i quali la bellezza dell’architettura non ha forza perché finisci col non vederla. È ben evidente l’audacia propositiva – e ancora una volta la lungimiranza – del complesso Pam in via Camozzi. Va dato atto ai committenti – semplici imprenditori – di aver sacrificato una parte del vantaggio immediato che sarebbe derivato dai metri cubi da mettere in vendita in favore di un organismo nel quale l’architettura è strettamente collegata alla visione urbanistica. Nacque così il grande parcheggio al primo piano, ancora oggi l’unico utilizzabile in un’area a forte densità, con negozi e uffici. Altro forte esempio anticipatore il condominio tra via Divisione Tridentina e Martiri di Cefalonia: un edificio di notevoli dimensioni (alto 44 metri), segno architettonico che ha fatto da guida a tutta l’area. Fu anche il primo intervento di recupero di un insediamento industriale dismesso: a Bergamo l’unico per un trentennio e più. Notevole per qualità dell’intervento il recupero dell’ex casa Gissi, poi sede del Golf Club “Parco dei Colli”, mentre nel quartiere Baio di Gorle è la visione urbanistica a intersecare l’opera dell’architetto dando vita a un luogo “compiuto”.
    Il suo progetto destinato a lasciare il maggior segno a livello internazionale? È forse quello maturato nel deserto della Giordania, nel luogo dove fu battezzato Gesù. Si tratta del Parco del battesimo e della valle del Giordano – “Jordan: la terra e il fiume del battesimo” – che ebbe un grande sostegno in re Hussein. Nato in funzione dell’Anno Santo il progetto, approvato dalla Commissione reale, prevedeva al termine di un percorso, attraverso un ambiente naturale bellissimo e fortemente suggestivo, il rito dell’immersione in una grande vasca battesimale unitaria, simbolicamente riassuntiva per tutti i credenti cristiani. La morte dell’illuminato sovrano impedì il completamento dell’opera, realizzata in tutto salvo che per la parte sulla riva del fiume. Restano i disegni di un progetto audace e visionario al tempo stesso, che nella valle solcata dalle acque del Giordano ritrovava la sua vera “cattedrale”, mentre dalle forme del deserto nascevano le linee di un tempio straordinario.

    Sonzogni ha mantenuto forti legami con la sua valle. Dall’aereo “buen retiro” sul colle di Miragolo alle frequenti “risalite” per incontrare amici e rivedere luoghi cari alla memoria, le case e le pietre dei “vecchi”, legati a doppio filo con i ricordi dell’infanzia e della gioventù. Da questo è nato il volume “La mia valle”, uno dei testi emotivamente più forti sulla Valle Brembana. Scritti e disegni per “un viaggio poetico” della memoria dell’autore e, al tempo stesso, un bellissimo documento sulla valle: sarebbe da distribuire nelle scuole perché ai ragazzi arrivi quel sapere che non si impara sui banchi ma dalla storia e dal vissuto quotidiano. Gli anni ci sono (ha compiuto da poco gli 85) ma non pesano sulla freschezza del pensiero e la vivacità delle idee. Ancora attivo, in Sardegna è impegnato nella realizzazione di un villaggio. Un altro ancora, perché due sono già sorti da tempo, il terzo è in fase di costruzione e per il quarto – al quale appunto sta lavorando – con la matita copre di schizzi e disegni dallo stile inconfondibile pagine di album e fogli di carta. Sono costruzioni che lasciano il segno e che hanno ricevuto premi e riconoscimenti proprio in Sardegna. Quando vi arrivò anni or sono l’isola gli parlò immediatamente con la sua straordinaria bellezza. Il mare era quello di Omero, la terra sembrava calcata da poco dai primi popoli del Mediterraneo, i misteriosi costruttori dei templi di Malta e dei nuraghi. Da luoghi come questi nascono sogni, ai quali Vito Sonzogni ha dato concretezza con una materia che ha quasi la forza di questi sogni. È lo splendido granito della Sardegna non svilito dall’impiego della macchina ma tolto dalle cave e lavorato manualmente, “a spacco”, quasi per conservare l’impronta più intima della natura così come è uscita dalla bellezza del Creato. Ma non sarebbe stato possibile utilizzare questa pietra dalle sfumature rosate senza una manodopera dal sapere antico quale è quella dei cavatori sardi. È proprio osservando le grandi lastre di granito simili a monoliti, sentendo e vedendo all’opera questi cavatori che Sonzogni è andato componendo i villaggi, quasi blocco su blocco, sapientemente collocati tra mare e natura, dove alla semplicità della dimora mediterranea si aggiungono echi di lontane civiltà. Non esistono barriere: dalle case dei villaggi si passa direttamente alla macchia mediterranea e ai suoi intensissimi profumi. E se li scorgi da lontano risalendo le spiagge di velluto non è per il richiamo di questa architettura mirabilmente dosata nell’ambiente che tutto avvolge e assorbe, bensì per un inconfondibile, bellissimo colore. Quello delle bouganville.